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Ufficio e pausa pranzo: come funzionano i buoni pasto

Buoni pasto

Il buono pasto è, per molti, una costante in pausa pranzo, anche se spesso può comportare dei problemi più o meno insormontabili (non vengono accettati da tutti, comportano spese limitate, e così via). Vale la pena, comunque, di conoscerli più da vicino, anche per scoprire come funzionano e su quali aspetti si basano. Il buono pasto è, secondo la definizione tecnica più esatta, un tagliando sostitutivo del servizio mensa: in Italia è presente sin dagli anni Settanta (la sua introduzione si deve soprattutto alle lotte sindacali compiute nelle aziende manifatturiere del Settentrione), e oggi sono circa venti le società che li emettono.

Ogni buono pasto, infatti, arriva da una società emittente che collabora con l’azienda. L’azienda stessa ha stabilito e richiesto il valore del buono che viene concesso ai dipendenti. Questi buoni – o ticket, che dir si voglia – possono essere consumati non solo in mensa, ma anche in appositi esercizi convenzionati: ciò vuol dire che chi vuole fare una pausa pranzo in un bar ha la possibilità di impiegare i buoni, verificando prima se il bar in questione li accetta. In seguito, infatti, la società emittente ritira i buoni negli esercizi convenzionati dando al ristoratore una somma in denaro corrispondente alla cifra complessiva.

Occorre sapere che non c’è alcun obbligo per le aziende di offrire dei buoni pasto ai propri dipendenti: essi, infatti, rappresentano un benefit, e la loro presenza deve essere opportunamente specificata e indicata nella lettera di assunzione. I ticket possono avere importi differenti (per esempio, ve ne sono anche da 12 euro, o da 20): va detto, però, che nella parte che supera la soglia di 5 euro e 29 centesimi l’azienda non può fruire di alcun vantaggio fiscale.

Sono previste anche delle limitazioni: per esempio, i buoni pasto devono essere distribuiti ai dipendenti a seconda del numero di giornate di presenza effettiva, e almeno in teoria non possono essere ceduti (anche se, non essendo nominali, chiunque può regalarli o scambiarli). In genere i ticket non sono cumulabili; inoltre, non possono essere messi in commercio e vanno usati unicamente per il valore economico che è indicato. Questo significa che, non essendo convertibili in denaro, non danno diritto al resto in contanti: insomma, se si compra un panino da 4 euro con un ticket da 5 euro e 20, non si può ottenere il resto di 1 euro e 20. E, ovviamente, per comprare un piatto da 6 euro con un ticket da 5 euro e 20, sarà necessario aggiungere gli 80 centesimi che mancano. Infine, è bene ricordarsi che i ticket hanno una scadenza, e quindi devono essere usati entro la data riportata.

Viene da chiedersi quale sia, comunque, il vantaggio per le aziende che concedono i buoni pasto ai dipendenti: il punto di forza va individuato nella possibilità di risparmiare sugli oneri previdenziali, tenendo conto del fatto che i ticket sono esclusi dal reddito imponibile (come detto, fino al limite di 5 euro e 29 centesimi).

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