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Lavorare in ufficio con contratto a partita IVA

Contratto a partita IVA

Lavorare in ufficio non equivale sempre a poter beneficiare di un contratto da dipendente: anzi, sono sempre di più i casi in cui il rapporto di lavoro si basa sulla partita IVA. Ma di cosa si tratta? In linea teorica, il contratto a partita IVA rappresenta una forma di gestione fiscale e retributiva particolare che è destinata ai lavoratori autonomi, ai collaboratori, ai consulenti e ai liberi professionisti.

Nella realtà dei fatti, però, le aziende preferiscono assumere una partita IVA perché è molto più conveniente. L’altro lato della medaglia, però, è da individuare negli svantaggi con cui devono fare i conti i lavoratori.

A differenza dei dipendenti, infatti, i lavoratori a partita IVA a non hanno né ferie né malattie pagate: certo, poi sta al buon cuore del datore di lavoro concedere o meno tali privilegi, ma la legge non li prevede.

Come si lavora in ufficio con un contratto a partita IVA?

La procedura da seguire non è delle più semplici: per questo motivo, la maggior parte delle volte ci si rivolge a un commercialista, che si occuperà di tutti i passaggi (non gratis, ovviamente).

Il lavoratore ha la possibilità di scegliere tra regimi contabili differenti, che possono variare nel corso del tempo a seconda delle leggi in vigore (giusto per complicare la vita dei meno esperti). Chi ha un volume di affari molto contenuto si può affidare al regime forfetario, mentre il regime di contabilità ordinaria, decisamente più elaborato, è consigliato solo a chi guadagna molto.

A meno che non si sia iscritti a un albo professionale, è necessario iscriversi alla Gestione Separata INPS, per poi versare una quota di contributi previdenziali tutti i mesi. Per di più, c’è da tenere conto anche dell’assicurazione INAIL. Certo, l’iscrizione alla Gestione Separata INPS garantisce alcune prestazioni, come l’assegno per il nucleo familiare o l’indennità di maternità, ma una partita IVA è sempre sfavorita rispetto a un lavoratore dipendente, basti pensare che l’indennità di malattia è prevista unicamente in caso di ricovero in ospedale.

Insomma, se se ne ha la possibilità è decisamente preferibile tenersi alla larga dalla firma di un contratto a partita IVA, ma è chiaro che un datore di lavoro ha margini di libertà molto più ampi. Se è vero che è possibile risparmiare l’IVA in relazione a tutti gli acquisti che hanno a che fare con il lavoro che si svolge, è altrettanto vero che questa opportunità è negata a coloro che si avvalgono del regime forfetario.

Le spese interamente deducibili sono quelle che riguardano i libri per l’aggiornamento professionale, la cancelleria, l’energia elettrica e i compensi pagati a terzi, ma ci sono anche le spese deducibili solo in parte, come quelle che riguardano i pedaggi autostradali, i costi per le partecipazioni ai convegni e le ricariche del telefono cellulare.

L’IVA ricevuta dal professionista deve essere versata ogni tre mesi al Fisco attraverso il modello F24, tenendo conto che in genere la scadenza corrisponde al giorno 15 del mese successivo al trimestre: per esempio, per il secondo trimestre, che va da aprile fino a giugno, la scadenza è quella del 15 luglio.

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